non so cosa mi succeda. ho sempre diviso la concezione della mia vita tra trascinamento e destino. l'impegno se c'è si scioglie in attesa, un gioco a dadi con il tempo. mi dico di fare questo e quello e di lì a poco tutto svanisce, tutto salta. e la mia volontà si infrange violentemente contro le cose i fatti e ancora contro la mia volontà o indolenza.
ora che qualcuno di piccolo e luminoso mi inchioda alle mie giornate, pretendendo da me una devozione totale e incondizionata, fatta di abbracci e parole incomprensibili, seni di continuo offerti e cantilene dalle parole sbagliate stremata e appagata mi domando cosa sarà di me. ho paura di dimenticare me stessa, di perdere un senso, una direzione che forse non c'è mai stata. anche il dolore pungente nel cuore dimentico. e se il senso di colpa mi travolge non posso comuqneu farci nulla.
perchè ho un figlio
martedì 27 gennaio 2009
giovedì 8 gennaio 2009
c'è ancora
c'è così poco sonno, interrotto continuamente e il suo piccolo volto che ha mille e poche espressioni. poche che già le conosco tutte a memoria. piovono bombe sulla striscia di gaza e siamo qui al calduccio della nostra casetta di cartapesta in affitto, con tutto l'amore e la minaccia del latte in polvere.
soffrirò quando non potrò più allattare, mi sembrerà di non adempiere più a una mansione davvero indispensabile per lui e l'universo. oggi ci pensavo, ma sarà anche la lontananza di un corpo che non sentivo così mio nemmeno durante i mesi di gravidanza.
ho voglia di tempo per me, ma allo stesso tempo non saprei come farne a meno, delle sue manine polipette e dei suoi occhi che vanno in estasi roteando.
riuscirò mai a parlare di qualcos'altro?
tornerò a lavorare, parlerò con altre persone, e sognerò sempre di scrivere e girare.
e c'è ancora tutto il resto. c'è la stanza in clinica. c'è la strada.
soffrirò quando non potrò più allattare, mi sembrerà di non adempiere più a una mansione davvero indispensabile per lui e l'universo. oggi ci pensavo, ma sarà anche la lontananza di un corpo che non sentivo così mio nemmeno durante i mesi di gravidanza.
ho voglia di tempo per me, ma allo stesso tempo non saprei come farne a meno, delle sue manine polipette e dei suoi occhi che vanno in estasi roteando.
riuscirò mai a parlare di qualcos'altro?
tornerò a lavorare, parlerò con altre persone, e sognerò sempre di scrivere e girare.
e c'è ancora tutto il resto. c'è la stanza in clinica. c'è la strada.
lunedì 15 dicembre 2008
la bocca
La bocca la tiene socchiusa, anzi quasi aperta quando dorme. Come me. Le labbra tremano e gli occhi si muovono sotto le palpebre rosate. I primi giorni si vedevano i puntini nuovi di zecca, ipotesi di cellule attraverso la trasparenza del naso, che già a quaranta giorni ha preso consistenza.
Sono obbligata a fissarlo, a lungo. La fretta, la distrazione a cui siamo abituati ora in me deve necessariamente scomparire. Siamo legati, costretti l’uno a l’altro, pancia a pancia in un abbraccio che mi fa incurvare la schiena, circondarlo con le mie braccia e seguire con i miei i suoi occhi roteanti. A mandorla, perfetti.
La mia vita non era sincopata, ipertrofica, intasata. Ma avevo cose da fare, pensieri da rincorrere, anche con piglio rilassato, troppo rilassato a detta di alcuni. E lui me l’ha frenata. Con un breve preavviso, come un treno che rallenta in vista della stazione e non può fare altro se non vuole squarciare lo schermo.
Sono obbligata a fissarlo, a lungo. La fretta, la distrazione a cui siamo abituati ora in me deve necessariamente scomparire. Siamo legati, costretti l’uno a l’altro, pancia a pancia in un abbraccio che mi fa incurvare la schiena, circondarlo con le mie braccia e seguire con i miei i suoi occhi roteanti. A mandorla, perfetti.
La mia vita non era sincopata, ipertrofica, intasata. Ma avevo cose da fare, pensieri da rincorrere, anche con piglio rilassato, troppo rilassato a detta di alcuni. E lui me l’ha frenata. Con un breve preavviso, come un treno che rallenta in vista della stazione e non può fare altro se non vuole squarciare lo schermo.
giovedì 23 ottobre 2008
Pensavo a due ospedali come a due entità. Una buona, l’altra cattiva. Una con dentro mio padre, una con dentro mio figlio. Vicini entrambi, lungo il fiume. Io che corro lungo la strada, con i polpacci gonfi, facendo la spola da uno all’altro.
Pensavo a quello che succede quando arriva la morte, improvvisamente. Mentre ti infili le scarpe da ginnastica per andare al parco e trovi il tempo per preoccuparti di una cosa sciocca, di programmare la cena, sapere quando saremo di nuovo a casa, prevedere, possedere.
L’incertezza economica, di sopravvivenza nella vita sempre bilanciata da un amore infinito per essa, una banale passione e attaccamento a ogni suo istante, con tutto il seguito di egoismo e possessione. Ma anche lieve serenità, contrastante eppure persistente. Perché è essere incosciente, felice nell’immediato per quel che in qualche modo si è di certo costruito ma senza affaticarsi, gustando la leggerezza della fatica.
Gravidanza senza prospettive di contratto futuro, solo più o meno vane speranze. Eppure la gioia nel risveglio quotidiano in un’incoscienza purissima fatta di fiducia sconsiderata. In cosa poi? In me? Nella fortuna? Nella materialità delle cose? Perché poi? Perché amo? Perché riamata? Perché credo di avere qualcosa, come una pietra avvolta, non solo nel ventre scoperto?
Lungo questa strada, il dolore si è tramutato. Esiste, permane, riemerge a tratti più acuto. Non dimenticherò mai i giorni dall’infarto di mio padre a oggi, quelli che verranno. Quei primissimi in cui la realtà frena tutto a un tratto, la vista si dilata, i corpi e i confini si fanno nitidi e più lenti all’osservazione. Cambia tutto, come se la vita fino a qual momento fosse stata un insieme di grida confuse, varie, né belle né brutte. Con tutta l’attenzione che mi è stato insegnato di avere anche per un solo, piccolo battito d’ali. Per le voci, per le facce, per i movimenti.
Eppure, tutto ha preso un’altra direzione. Ripeto spesso che manca la paura. Delle malattie, delle cose che pure mi sarebbero potute accadere durante la gravidanza, so che non poteva accadermi niente. Il mio corpo, la mia mente tutta protesa a parare uno, e un solo immenso colpo.
Uno dei giorni successivi, non il primo né il secondo. Che i piegavo in due e avevo bisogno di camminare, parlare mi è servito come non mai. Ho ascoltato come non mai.
Ricordo le parole di Giovanni sulla panchina a villa Ada. La mia vita concentrarsi in sé, sollevarsi e serrarsi in ranghi maggiori.
L’assenza, la sparizione, la mancanza. Non esiste nulla di più terribile. Perché siamo vivi sempre e abbiamo bisogno del contatto e dell’essere. Mio padre mi era essere interiore. Lo è ancora.
Nel frattempo, cambio corpo. Sono grande adesso, fatta di sostanza maggiore sulla pancia, nelle braccia, sulle guance. Non che sia mai stata vuota, o esile. Ma ora sono dura come un tamburo. Risuono e schiocco e tu dentro che ti muovi non riesci nemmeno a farmi male. Oscilli dentro come il pesce nella sua boule. Sembri parlare anche, ma non capisco cosa dici.
Pensavo a quello che succede quando arriva la morte, improvvisamente. Mentre ti infili le scarpe da ginnastica per andare al parco e trovi il tempo per preoccuparti di una cosa sciocca, di programmare la cena, sapere quando saremo di nuovo a casa, prevedere, possedere.
L’incertezza economica, di sopravvivenza nella vita sempre bilanciata da un amore infinito per essa, una banale passione e attaccamento a ogni suo istante, con tutto il seguito di egoismo e possessione. Ma anche lieve serenità, contrastante eppure persistente. Perché è essere incosciente, felice nell’immediato per quel che in qualche modo si è di certo costruito ma senza affaticarsi, gustando la leggerezza della fatica.
Gravidanza senza prospettive di contratto futuro, solo più o meno vane speranze. Eppure la gioia nel risveglio quotidiano in un’incoscienza purissima fatta di fiducia sconsiderata. In cosa poi? In me? Nella fortuna? Nella materialità delle cose? Perché poi? Perché amo? Perché riamata? Perché credo di avere qualcosa, come una pietra avvolta, non solo nel ventre scoperto?
Lungo questa strada, il dolore si è tramutato. Esiste, permane, riemerge a tratti più acuto. Non dimenticherò mai i giorni dall’infarto di mio padre a oggi, quelli che verranno. Quei primissimi in cui la realtà frena tutto a un tratto, la vista si dilata, i corpi e i confini si fanno nitidi e più lenti all’osservazione. Cambia tutto, come se la vita fino a qual momento fosse stata un insieme di grida confuse, varie, né belle né brutte. Con tutta l’attenzione che mi è stato insegnato di avere anche per un solo, piccolo battito d’ali. Per le voci, per le facce, per i movimenti.
Eppure, tutto ha preso un’altra direzione. Ripeto spesso che manca la paura. Delle malattie, delle cose che pure mi sarebbero potute accadere durante la gravidanza, so che non poteva accadermi niente. Il mio corpo, la mia mente tutta protesa a parare uno, e un solo immenso colpo.
Uno dei giorni successivi, non il primo né il secondo. Che i piegavo in due e avevo bisogno di camminare, parlare mi è servito come non mai. Ho ascoltato come non mai.
Ricordo le parole di Giovanni sulla panchina a villa Ada. La mia vita concentrarsi in sé, sollevarsi e serrarsi in ranghi maggiori.
L’assenza, la sparizione, la mancanza. Non esiste nulla di più terribile. Perché siamo vivi sempre e abbiamo bisogno del contatto e dell’essere. Mio padre mi era essere interiore. Lo è ancora.
Nel frattempo, cambio corpo. Sono grande adesso, fatta di sostanza maggiore sulla pancia, nelle braccia, sulle guance. Non che sia mai stata vuota, o esile. Ma ora sono dura come un tamburo. Risuono e schiocco e tu dentro che ti muovi non riesci nemmeno a farmi male. Oscilli dentro come il pesce nella sua boule. Sembri parlare anche, ma non capisco cosa dici.
mercoledì 17 settembre 2008
abitacolo
così, ancora, anche se il sole si è raffreddato siamo fermi in attesa.
oppure ci muoviamo. io sono un'incubatrice fiera e impaurita, cammino a testa alta con la pancia a punta, fendendo l'aria. mia madre si è fatta un uccellino dolcissimo che non può distogliere il pensiero dalle gambe inflaccidite di papà.
aspettiamo. aspettiamo tutti. non ho un lavoro al momento, non ho da scrivere, sempre da leggere, ma preferisco camminare per sentire il sangue scorrere il corpo battere e volversi, andare.
di cinema, di letteratura voglio snetire parlare. dentro la testa incamero piccoli frammenti.
la doccia e l'acqua bollente, gli uccelli impazziti fuori.
la musica nell'abitacolo dell'auto.
oppure ci muoviamo. io sono un'incubatrice fiera e impaurita, cammino a testa alta con la pancia a punta, fendendo l'aria. mia madre si è fatta un uccellino dolcissimo che non può distogliere il pensiero dalle gambe inflaccidite di papà.
aspettiamo. aspettiamo tutti. non ho un lavoro al momento, non ho da scrivere, sempre da leggere, ma preferisco camminare per sentire il sangue scorrere il corpo battere e volversi, andare.
di cinema, di letteratura voglio snetire parlare. dentro la testa incamero piccoli frammenti.
la doccia e l'acqua bollente, gli uccelli impazziti fuori.
la musica nell'abitacolo dell'auto.
domenica 14 settembre 2008
pioniera
cos è una storia? me lo domando sempre. per le diverse strutture che ho appreso, in fondo quasi sempre una e una sola, non dovrebbe essere complicato delinearne il perorso, lo sviluppo. men che mai attingendo alla realtà debordante di fatti e individui e sogni e paludi.
eppure ricollegare nella strettezza, ricondurre a un senso la bellezza dei fatti che accadono così, indipendenti e liberi come pesci, sconnessi come fili di un albero di natale, appare sempre impossibile. avvicinandomi al momento della resa dei conti, tutto si annichilisce.
ma ricordo che c'entra qualcosa uno sforzo di volontà immane, che non so se riuscirò a fare à nouveau.
e poi. che storia raccontare? quale urgenza preme questa vita? infinite, sovrapposte come cartine attorno a una pralina prelibata.
risveglio. unità di risveglio.
queste parole troppo piene di attesa, aspettativa. noi non le possiamo capire così some sono. e non si può aspettare che noi le capiamo così come sono.
non ci sono molti cambiamenti. la pancia è scesa. il movimento è ormai riconoscibile. mi piace parlare con tecnici del campo, all'ostetrica chiederei mille cose. è un desiderio strano, non smanioso, di sapere cose sul mio corpo. non ho mai avuto l'ossessione in questo periodo, ma è lusingante, si dice lusingante?, avere qualcuno che sa come funziona, che anticipa le mie sensazioni, che mi indica le conseguenze.
è strano, ma vorrei che questo momento non finisse. mi piace essere arrivato a questo punto della sfida, meno di venti giorni.
mi sento una pioniera, mi sento poco prima di una grande impresa della quale voglio avere il bene e il male.
eppure ricollegare nella strettezza, ricondurre a un senso la bellezza dei fatti che accadono così, indipendenti e liberi come pesci, sconnessi come fili di un albero di natale, appare sempre impossibile. avvicinandomi al momento della resa dei conti, tutto si annichilisce.
ma ricordo che c'entra qualcosa uno sforzo di volontà immane, che non so se riuscirò a fare à nouveau.
e poi. che storia raccontare? quale urgenza preme questa vita? infinite, sovrapposte come cartine attorno a una pralina prelibata.
risveglio. unità di risveglio.
queste parole troppo piene di attesa, aspettativa. noi non le possiamo capire così some sono. e non si può aspettare che noi le capiamo così come sono.
non ci sono molti cambiamenti. la pancia è scesa. il movimento è ormai riconoscibile. mi piace parlare con tecnici del campo, all'ostetrica chiederei mille cose. è un desiderio strano, non smanioso, di sapere cose sul mio corpo. non ho mai avuto l'ossessione in questo periodo, ma è lusingante, si dice lusingante?, avere qualcuno che sa come funziona, che anticipa le mie sensazioni, che mi indica le conseguenze.
è strano, ma vorrei che questo momento non finisse. mi piace essere arrivato a questo punto della sfida, meno di venti giorni.
mi sento una pioniera, mi sento poco prima di una grande impresa della quale voglio avere il bene e il male.
giovedì 4 settembre 2008
mamma orsa
c'è un albero verde, come soffiato a matita in mezzo a un campo sterminato di terra battuta. a fianco la foresta ancora vergine, forse già contaminata.
abbiamo visto birdwacthers ieri sera. messa in scena fredda che lascia trapelare l'idea del regista colto che cerca la giusta inquadratura, dietro l'obiettivo. buono il finale. credo nei suicidi mancati per volontà. ci credo fermamente, e non per una visione vitalistica o religiosa della vita. ma come fortuna del momento, determinazione dle momento.
ieri sera ho pianto. da tanti giorni non mi capitava. vedendo papà, carezzando il suo viso, guardando quei suoi occhi dolcissimi muti di un qualcosa di impossibile da capire, ho pianto. e avrei voluta essere stretta. ma so che non è giusto. avrei voluto essere stretta dall'umanità intera. ma siamo soli. sola mia madre, sola mia sorella. sola io eppure non sembra. sola nonostante un amore grande.
è tutto così reale, è tutto così immutabile, nonostante il mio voler desiderare infinitamente.
esprimo ancora, coem quando ero bambina, pensieri, seprando che la forza della mia mente possa qualcosa. cos'è questa ingannevolezza?
Perchè pensiamo di avere il diritto di agitare l'aria come sciamani? di correre con le mani nel vento, chiudere gli occhi e dire ti prego?
oggi ho pulito la cucina, preprato nuovi spazi vuoti da riempire. sto facendo mamma orsa, lo so. ma anche quasto sono io.
abbiamo visto birdwacthers ieri sera. messa in scena fredda che lascia trapelare l'idea del regista colto che cerca la giusta inquadratura, dietro l'obiettivo. buono il finale. credo nei suicidi mancati per volontà. ci credo fermamente, e non per una visione vitalistica o religiosa della vita. ma come fortuna del momento, determinazione dle momento.
ieri sera ho pianto. da tanti giorni non mi capitava. vedendo papà, carezzando il suo viso, guardando quei suoi occhi dolcissimi muti di un qualcosa di impossibile da capire, ho pianto. e avrei voluta essere stretta. ma so che non è giusto. avrei voluto essere stretta dall'umanità intera. ma siamo soli. sola mia madre, sola mia sorella. sola io eppure non sembra. sola nonostante un amore grande.
è tutto così reale, è tutto così immutabile, nonostante il mio voler desiderare infinitamente.
esprimo ancora, coem quando ero bambina, pensieri, seprando che la forza della mia mente possa qualcosa. cos'è questa ingannevolezza?
Perchè pensiamo di avere il diritto di agitare l'aria come sciamani? di correre con le mani nel vento, chiudere gli occhi e dire ti prego?
oggi ho pulito la cucina, preprato nuovi spazi vuoti da riempire. sto facendo mamma orsa, lo so. ma anche quasto sono io.
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